Una delle cose che mi sono chiesto più spesso nell’ultimo anno è se il Corona Virus sarà visto, un giorno, più come un bene o un male.

Raramente capita di sapere che stiamo vivendo un momento storico che avrà delle grandi ripercussioni nelle nostre vite (anche in un futuro molto lontano) ed è ancora presto per analizzare questa situazione con il cinismo che offre la profondità storica.
Alcuni di noi hanno perso qualcuno, altri hanno paura per i propri cari o se stessi, altri hanno perso il lavoro, e altri ancora, semplicemente, non si sentono di esprimere a voce alta i propri pensieri, perché è ancora troppo fresco per tutti.

Condensando questi concetti in uno solo (le speranze e le paure), credo che la parola che riassume meglio quello che succede e succederà sia Cambiamento.

Fatti straordinari portano conseguenze inaspettate e che cambiano il futuro.
Perché cinquant’anni fa l’Uomo è andato sulla Luna? Non lo so, ma questo ha scatenato una serie di cambiamenti per cui ora abbiamo le videochiamate, e se non avessimo fatto quel passo, probabilmente oggi useremmo ancora il telefono a gettoni (non per forza un male, solo un futuro diverso).

Se prendiamo un evento catastrofico come la peste del 1300 (che uccideva il 50% della popolazione, e non lo 0,00 qualcosa come il COVID-19), sappiamo che ha portato una serie di cambiamenti positivi, tra cui la nascita dell’industria tessile in Italia, lo sviluppo della produzione del vino e la conseguente identità nazionale, e una rete di canalizzazioni a favore dell’agricoltura che è alla base di quella che usiamo ancora oggi.

A distanza di 700 anni, è più facile avere una discussione sui benefici della peste, rispetto a quello che possiamo fare ora sul Corona Virus. Eppure, è importante cogliere gli aspetti di cambiamento senza farci influenzare troppo dai mezzi di informazione, che tendono a spettacolarizzare la realtà.

Quello dell’insegnamento è stato uno dei settori più colpiti dalla pandemia, perché le scuole si sono trovate nella situazione di dover chiudere da un giorno all’altro, e molte di queste lo hanno fatto per sempre, perché non sono state in grado di assorbire questi costi non previsti.
Altre hanno trovato il modo di adattarsi, attraverso l’insegnamento online.

Non è stato il Corona Virus a inventare l’insegnamento via Skype, era una cosa che si faceva già da molti anni, ma era sempre vista come un’attività da mantenere semi segreta e di cui vergognarsi, come a dire “Insegnare online non è davvero insegnare”.
La stessa cosa valeva per i corsi: quando un recrutatore vedeva che hai fatto un corso online era spesso un modo facile per scartarti, mentre ora, persino le più prestigiose scuole hanno messo in piedi i loro corsi online, sostenendo di punto in bianco che non c’è differenza tra andare fisicamente tra le mura della scuola o seguire il corso da casa.

Questa rivoluzione, e cioè un grandissimo cambiamento in un brevissimo periodo, ha portato a una richiesta di insegnanti di inglese come mai prima d’ora, e le aziende che finora erano contrarie agli insegnanti di inglese non madrelingua (per quanto ufficialmente sia sempre stata negata ogni forma di discriminazione) hanno dovuto aprire i cancelli e accettare a braccia aperte anche noi stranieri.
Questo, secondo me, è il più grande cambiamento che porterà il Corona Virus nell’industria dell’insegnamento dell’inglese.

Proprio per questo così grande afflusso di nuovi insegnanti, il modo in cui verrà percepito l’insegnamento dell’inglese cambierà.
Finora eravamo abituati ad avere insegnanti accademici, ma la nuova generazione di insegnanti fa spesso questo lavoro come seconda attività, apre un sito per avere un’altra fonte di reddito, o per reinventarsi dopo aver perso il lavoro a causa del Corona Virus.
D’altra parte, insegnare inglese è una bella professione, piena di soddisfazioni e libertà, e prendere una qualifica da insegnante richiede solo alcuni mesi di studio (a proposito, qui trovate il link al corso TEFL di Gallery Teachers. )

Se prima del Corona Virus gli insegnanti lavoravano soprattutto con delle fotocopie, oggi ce ne sono tanti che insegnano inglese attraverso degustazioni, o dando lezioni di yoga, o finanziandosi le proprie attività di blogger di viaggio con delle lezioni via Zoom.

L’INGLESE COME LINGUA FRANCA

Come organizzazione trainante a livello europeo nella formazione degli insegnanti di inglese, Gallery Teachers lavora da diversi anni per sensibilizzare scuole e recrutatori anche a favore dei non madrelingua, e finora, a tratti, è stato come navigare controvento.
Tuttavia, qualcosa è cambiato radicalmente nel giro di pochi mesi, e ora i tempi sono maturi per sostenere apertamente che assumere soltanto insegnanti madrelingua è soprattutto una manovra di marketing. Chi ha l’unico punto a favore di essere nato in un posto in cui si parla inglese non dovrebbe essere valutato meglio di chi ha studiato questa lingua e se ne è innamorato a tal punto da volerla insegnare agli altri.
Non fraintendetemi, ho colleghi madrelingua che sono appassionati di insegnamento e molto competenti, ma nella mia vita lavorativa ho conosciuto anche molti inglesi che, trasferitisi all’estero, si sono riciclati insegnanti di inglese anche se per capirli ci volevano i sottotitoli.

Quella a cui stiamo assistendo è un’evoluzione del concetto di lingua straniera, una situazione forse soltanto paragonabile all’uso del latino, che per oltre 2.000 anni è stato utilizzato dalle persone di una certa classe sociale o professione (nobili, clero, scienziati e intellettuali) per comunicare a livello internazionale.

Oggi chi studia giapponese, spagnolo, tedesco o qualunque altra lingua straniera è verosimilmente interessato alla cultura di quei posti, o pensa di trasferirsi o lavorare con i rispettivi Paesi.
Nel caso dell’inglese non è più così. Proprio come chi un tempo studiava latino per scrivere un trattato scientifico che fosse capito ovunque (e non perché affascinato da Giulio Cesare), così per l’inglese, chi lo studia oggi non è per forza interessato alla cultura che lo accompagna.
E in ogni caso, quale cultura? Quella del Regno Unito? Quella degli Stati Uniti? Quella dell’Australia? Della Nuova Zelanda? Dell’India? Della Nigeria?
L’inglese ha sempre meno una connotazione di lingua straniera, e più di lingua franca, cioè estranea a entrambe le parti, ma allo stesso tempo l’unica cosa che hanno in comune tutte e due.

Facciamo un esempio pratico: Google Trends è uno degli strumenti che usano gli esperti di marketing per capire quello di cui sono interessate le persone durante un certo periodo di tempo e a seconda del territorio.

Prendiamo tre ricerche popolari: la Famiglia Reale, Bill Gates e Kim Kardashian. Mettendo queste tre ricerche a confronto, a livello mondiale vince Kim Kardashian, seguita a stretto giro da Bill Gates e alla fine la Famiglia Reale.

Ma come cambia questa ricerca a casa della regina, nel Regno Unito?
Il risultato mi coglie di sorpresa: Bill Gates arriva terzo, ma pur essendo la loro patria, la Famiglia Reale arriva seconda, e al primo posto c’è di nuovo Kim Kardashian.

Se vi chiedete come funziona in Italia, vince Bill Gates, Kim Kardashian è seconda e la Famiglia Reale di nuovo ultima.
Questo, con tante semplificazioni, ci fa capire che l’interesse per la cultura inglese non è un gran che.
Allora perché se ne parla così tanto nei materiali didattici?

Una delle cose che noto lavorando con insegnanti di inglese di tante nazionalità è che gli inglesi danno molta importanza alla propria cultura, mentre gli stranieri no.
A me piace parlare di letteratura quando insegno, e di storia, arte, scienza… ma una delle cose su cui a livello personale non sono d’accordo è l’attenzione che i madrelingua inglesi hanno per insegnare un certo accento, per esempio quello di Oxford, che è ritenuto inglese autentico.
Immaginate un inglese che viene in Italia per imparare l’italiano. È a Napoli e il professore gli dice “Ora ti insegno a parlare con accento fiorentino, perché l’italiano vero è dalla città in cui 700 anni fa è vissuto Dante”.
Sei mesi dopo, questo studente parla italiano come Stanlio e Olio, ma si mangia le C per sembrare toscano.
Visto che probabilmente non passerebbe mai per italiano, che senso avrebbe sforzarsi di impiantargli un accento non suo? E che male c’è a lasciare che parli italiano con accento inglese?
Che male c’è a parlare inglese con accento italiano?

Per questo motivo ho l’impressione che gli insegnanti non madrelingua, in quest’era post Corona Virus, abbiano una marcia in più rispetto ai madrelingua, perché capiamo meglio le esigenze e gli errori dei nostri studenti, essendo stati studenti a nostra volta.
Per esempio, ognuno di noi parla bene almeno due lingue: la propria e l’inglese. Molti madrelingua non parlano nessuna lingua straniera.
Se doveste iniziare da zero, chi vorreste come insegnante?

Bartolo Ansaldi